L'Italia fuori dal Mondiale per la terza volta: manifesto programmatico in dieci punti per rifondare la FIGC
Dai giovani talenti predati alla catastrofe strutturale: un piano in dieci punti per rifondare il calcio italiano, tutelare i club e costruire la Nazionale del futuro
L’Italia non parteciperà al terzo Mondiale consecutivo. Non è una coincidenza sfortunata. Non è colpa dell’arbitro di turno, né di un rigore sbagliato, né di un girone di qualificazione difficile. È il sintomo di un sistema che non funziona, e che non funzionerà finché qualcuno non avrà il coraggio di smontarlo pezzo per pezzo e rimontarlo con una logica diversa.
Prendendo spunto da quello che il sottoscritto ha analizzato e studiato in passato, mi sono chiesto: se fossi il nuovo presidente della FIGC — chiamato non a gestire il presente ma a progettare il futuro — o magari un consulente nominato dalla Federazione, da dove comincerei? La risposta, dopo molti anni di osservazione del diritto sportivo e delle sue applicazioni concrete, è dolorosa nella sua semplicità: comincerei riconoscendo che il problema non è tecnico, ma strutturale.
E che nessuna struttura si riforma senza regole nuove.
Il piano: dieci misure strutturali e giuridicamente blindate
Il piano si articola su tre livelli — normativo, economico e tecnico — e rispetta rigorosamente le regole FIFA, le norme comunitarie sulla libera circolazione dei lavoratori e le leggi dello Stato italiano. Alcuni punti sono attuabili autonomamente dalla FIGC, per altri serve la collaborazione del Governo italiano.
1. Licenza professionistica condizionata al settore giovanile certificato
La FIGC dispone già del Sistema delle Licenze Nazionali, che prevede l'obbligo di avere squadre giovanili. La lacuna attuale è la mancanza di requisiti infrastrutturali e qualitativi rigidi. Per rendere il punto incisivo, la proposta deve specificare l'obbligo di dotarsi di infrastrutture di proprietà o con concessioni a lungo termine (centri sportivi e foresterie). Ogni club che vuole partecipare a Serie A, Serie B e Serie C - ossia al professionismo - deve dotarsi di un settore giovanile che rispetti standard federali minimi: numero di allenatori qualificati, strutture fisiche adeguate, programmi di istruzione scolastica integrata per i giovani atleti. La certificazione viene rinnovata annualmente. Chi non rispetta gli standard perde il diritto alla licenza. Non un’ammenda: la licenza. Questo è l’unico meccanismo che funziona, come ha dimostrato la Germania.
Finché il Manuale delle Licenze Nazionali richiederà solo la "disponibilità"1 di un campo, i club continueranno ad affittare strutture comunali inadeguate e servirsi di tecnici poco qualificati, vanificando la programmazione a lungo termine.
2. Riservare gli U22 illimitati ai soli formati in Italia nelle rose professionistiche
Le rose di Serie A (limitate a 25 giocatori) prevedono già la regola derivata dalla UEFA del "4+4" (4 formati nel club, 4 formati nella federazione). La vera falla normativa che i club sfruttano è la deroga sugli Under 22, che possono essere tesserati senza limiti di numero e non occupano gli slot dei 25. Per rendere efficace questo punto, è necessario intervenire sulle NOIF stabilendo che gli slot illimitati per gli U22 siano riservati esclusivamente a calciatori che hanno maturato lo status di "formati in Italia", chiudendo l'importazione indiscriminata di giovani stranieri usati per aggirare il blocco delle rose.
3. Introduzione di un Garante di tutela federale per i calciatori minorenni
Ogni calciatore minorenne tesserato con un club professionistico deve avere accesso a un Garante federale nominato dalla FIGC — una figura giuridica autonoma, non un funzionario del club — che verifichi le condizioni del contratto di apprendistato, la coerenza del percorso formativo e l'assenza di pressioni indebite da parte di agenti e club terzi. Questo “Garante federale per la tutela dei calciatori minorenni” ha il diritto (l’obbligo in alcuni casi da individuare) di segnalare comportamenti di tampering2 alla FIFA e alla FIGC, ma anche percorsi di crescita poco limpidi, e le sue segnalazioni godono di un regime probatorio agevolato in sede federale e FIFA.
Non si tratta di un rapporto individuale uno a uno: il Garante opera per ambito territoriale, con un portafoglio definito di assistiti e un numero massimo di calciatori seguiti per garantire che la funzione non si riduca a un adempimento burocratico. Il suo compito è il presidio periodico strutturato: verifiche semestrali sullo stato dei contratti di apprendistato, interlocuzione regolare con i centri di allenamento giovanili regionali di competenza, segnalazione alla FIGC in caso di anomalie contrattuali o di contatti sospetti da parte di club terzi prima del compimento dei sedici anni.
La figura si incastra con coerenza nel quadro normativo già esistente: il nuovo FIFA Football Agent Regulations (FFAR) e il D.Lgs. 37/2021 vietano ai minori di firmare contratti di rappresentanza con agenti sportivi fino a sei mesi prima dell’età in cui possono sottoscrivere il primo contratto da professionista. Il Garante federale colma esattamente questo vuoto di rappresentanza, ergendosi a filtro contro il grooming illecito da parte di intermediari occulti e garantendo che nessun minore attraversi la fase più vulnerabile della propria carriera senza un riferimento istituzionale terzo e indipendente.
La dotazione territoriale andrà definita dalla FIGC in sede regolamentare sulla base di un criterio oggettivo — ad esempio un Garante ogni tot calciatori minorenni tesserati per ambito regionale — con remunerazione adeguata e piena autonomia funzionale rispetto ai club di riferimento. Una figura senza indipendenza economica non è una garanzia: è una finzione.
4. Vincolo di formazione civilistico per la fascia 13-15 anni
Il D.Lgs. 36/2021 consente l’apprendistato di primo livello — quello scolastico — già dai 14 anni, ma vieta l’apprendistato professionalizzante prima dei 15. Questo lascia scoperta la fascia di età in cui il tampering dei grandi club europei è più aggressivo e meno sanzionabile. Per coprire quella finestra, la FIGC dovrebbe esplorare l’introduzione di un accordo di natura sportiva e civile tra club e famiglia con clausole penali rescissorie azionabili in caso di trasferimento anticipato non concordato.
Detto ciò, la percorribilità concreta di questo strumento non è garantita, e sarebbe sbagliato non dirlo. Le clausole penali sono soggette al potere di riduzione del giudice ai sensi dell’art. 1384 del codice civile, che le può abbattere quando le ritenga manifestamente eccessive — e un tribunale italiano, di fronte a genitori che cambiano club per un tredicenne, difficilmente le applicherebbe nella loro interezza. L’AGCM, peraltro, ha già dimostrato di guardare con sospetto ai meccanismi che limitano la mobilità dei giovani atleti. Sul fronte internazionale, l’azione per responsabilità extracontrattuale contro il club straniero “inducente” — teoricamente fondata sull’art. 2043 c.c. e riconosciuta dalla Cassazione a Sezioni Unite — si scontrerebbe con un contenzioso di giurisdizione internazionale di esito incerto e di durata indefinita. Infine, un sistema nazionale di penali opponibili a club esteri rischierebbe di essere contestato in sede CAS come ostacolo non regolamentare alla circolazione dei calciatori.
La proposta va quindi formulata per quello che è: una direzione da esplorare, non uno strumento già azionabile. La FIGC dovrebbe aprire un tavolo tecnico con i club, i legali federali e i rappresentanti delle famiglie per verificarne la tenuta, prima di trasformarla in norma.
5. Istituzione di un fondo di solidarietà federale interno
Non potendo tassare i club esteri né forzare le norme FIFA sui trasferimenti internazionali, la FIGC deve creare una camera di compensazione nazionale. Questo fondo va alimentato da una micro-percentuale applicata a tutti i trasferimenti onerosi (interni e in entrata) operati dai club italiani. Le risorse raccolte serviranno a premiare economicamente le società (soprattutto quelle minori) che vedono i propri talenti migrare all'estero a parametro zero, garantendo loro un indennizzo integrativo rispetto al blando Training compensation internazionale della FIFA.
6. Trasformazione dei Centri Federali in vere accademie permanenti
Esistono già i Centri Federali Territoriali (CFT) inquadrati nell’Evolution Programme della FIGC, la quale li gestisce direttamente tramite il Settore Giovanile e Scolastico. Tuttavia, oggi questi centri operano principalmente come poli di monitoraggio e addestramento tecnico settimanale per i giovani tesserati con le società dilettantistiche locali. Bisogna fare un salto di qualità strutturale: trasformare i CFT da accademie di perfezionamento part-time a veri e propri hub di reclutamento e formazione permanente, sul modello del francese INF Clairefontaine o degli Stützpunkte tedeschi (i centri federali di supporto distribuiti capillarmente sul territorio dalla DFB dopo la riforma del 2000). Questi centri regionali dovrebbero accogliere i migliori talenti non ancora contrattualizzati dai club professionistici, offrendo loro un percorso sportivo e scolastico integrato e a tempo pieno, per poi favorirne l’inserimento nei settori giovanili professionistici nel momento più opportuno per la loro crescita.
Il salto dimensionale richiede coperture economiche imponenti, che potrebbero essere garantite attraverso una trattenuta del 2% sui diritti televisivi complessivi della Serie A. L’ostacolo risiede proprio qui: l’operazione richiede un intervento politico per modificare l’art. 26 sulla mutualità della Legge Melandri (D.Lgs. 9/2008), poiché la FIGC non può auto-attribuirsi nuove percentuali senza un decreto correttivo del Governo. Sul piano tecnico-normativo la modifica non sarebbe particolarmente complessa: si tratta di aggiungere una destinazione vincolata a una quota già esistente di mutualità. L’ostacolo è politico, non giuridico — e dipende dalla volontà dei club di Serie A di rinunciare a una fetta, sia pur piccola, di una torta che preferiscono tenere intera.
7. Riforma dei criteri di distribuzione delle risorse economiche verso chi coltiva il talento più degli altri
Nell’attuale ripartizione dei diritti televisivi della Serie A — 50% in parti uguali, 28% risultati sportivi, 22% radicamento sociale — il minutaggio dei giovani esiste già come sottocriterio. Il problema è che vale l’1,1% del totale: su un pacchetto da circa 900 milioni annui, significa meno di 10 milioni distribuiti tra venti club. Una cifra che non sposta di un centimetro gli incentivi reali dei club sulla formazione dei giovani, e che riduce un principio potenzialmente virtuoso a un adempimento burocratico senza conseguenze economiche apprezzabili.
La proposta non è quindi quella di inventare una norma nuova, ma di portare quel sottocriterio — già riconosciuto dal legislatore come legittimo — da 1,1% a una quota che abbia peso reale. Sul piano giuridico, la strada è più agevole rispetto all’introduzione di un parametro del tutto inedito: il principio è già codificato nella Legge Melandri, si tratta di rafforzarne la portata con un intervento correttivo mirato. Il parametro andrebbe esteso ai calciatori formati nel vivaio nazionale ed eleggibili per le nazionali italiane — non ai soli “giovani” in senso anagrafico — e portato a una percentuale tale da produrre effetti economici concreti sulle scelte dei club. Un club che forma calciatori per la Nazionale deve ricevere significativamente di più di uno che non lo fa. Oggi quella differenza vale qualche centinaio di migliaia di euro. Non basta. Non è mai bastato.
8. Riforma meritocratica per l'accesso ai corsi UEFA Pro
Il problema in Italia non è l'obbligatorietà del patentino, ma chi può ottenerlo. I criteri di ammissione al Master di Coverciano sono anacronistici: premiano in modo sproporzionato le presenze accumulate da ex calciatore professionista, tagliando fuori le menti tattiche e accademiche che non hanno giocato ad altissimi livelli. L'accesso alla formazione tecnica massima va liberalizzato e basato su esami di ammissione rigorosi, competenze analitiche e gavetta reale, scardinando il privilegio dell'ex giocatore.
9. Azione in sede FIFA per l'adeguamento del Training compensation europeo
Stipulare accordi di cartello tra federazioni europee per fissare il prezzo dei giovani violerebbe le norme antitrust dell'UE. La strada maestra è politica: la FIGC deve guidare un blocco di federazioni (Spagna, Francia, Portogallo) per imporre alla FIFA una revisione drastica al rialzo delle tabelle di calcolo del Training compensation e del Solidarity mechanism per i trasferimenti intra-europei dei minori (sfruttando l'eccezione dell'art. 19 RSTP). Portare via un sedicenne italiano deve diventare un investimento oneroso e rischioso per le big inglesi o tedesche. E viceversa: la tutela esisterebbe ovunque e sarebbe reciproca.
10. Piano decennale per la Nazionale: un modello di gioco codificato
Infine — ed è forse la misura più urgente e più trascurata — la FIGC deve adottare un modello di gioco ufficiale per tutte le nazionali giovanili, dall'U15 all'U21, con principi tecnici coerenti e vincolanti per gli allenatori federali. Non un modulo fisso — il calcio non funziona così — ma una filosofia condivisa di pressing, transizioni, costruzione dal basso, che i ragazzi interiorizzano nei settori giovanili e ritrovano poi in Nazionale senza soluzione di continuità. La Spagna ci ha impiegato dodici anni per vederne i frutti. Noi abbiamo già perso troppo tempo.
L'extrema ratio: i limiti del commissariamento tra poteri del CONI e veti FIFA
Di fronte all’ennesimo disastro sportivo, una parte dell’opinione pubblica e della stampa invoca puntualmente il “commissariamento” della FIGC da parte del CONI, o un intervento diretto del Governo. Conviene sgomberare subito il campo: nell’ordinamento sportivo il commissariamento non è uno strumento per sanzionare le prestazioni della Nazionale. È un atto di emergenza istituzionale, regolato da paletti giuridici precisi e tassativi.
La FIGC è un’associazione con personalità giuridica di diritto privato. Il CONI, in quanto ente pubblico di vertice dello sport italiano, esercita poteri di vigilanza sulle federazioni, ma non può destituire un presidente federale democraticamente eletto perché la Nazionale perde le qualificazioni. Ai sensi del D.Lgs. 242/1999 — integrato dal D.Lgs. 15/2004 — e dell’art. 6 dello Statuto del CONI, la Giunta Nazionale può proporre il commissariamento della FIGC solo al verificarsi di condizioni oggettive tassativamente definite:
la constatata impossibilità di funzionamento degli organi direttivi (dimissioni in blocco del Consiglio Federale, o incapacità reiterata dell’Assemblea di eleggere un presidente);
gravi irregolarità nella gestione amministrativa e contabile tali da compromettere la stabilità finanziaria dell’ente;
gravi violazioni dell’ordinamento sportivo imputabili direttamente ai vertici federali (lo scenario che portò al commissariamento di Guido Rossi nel 2006, all’indomani di Calciopoli)
infine, l’incapacità pratica di garantire il regolare avvio o svolgimento dei campionati.
Nessuna di queste condizioni si applica alla mera scarsa competitività del sistema. Fino a quando la FIGC approva i bilanci, fa partire la Serie A ed elegge regolarmente i propri organi, un commissariamento calato dall’alto per ragioni di rendimento sportivo risulterebbe illegittimo e verrebbe annullato dai tribunali amministrativi senza particolari difficoltà.
Ancora più impervia è l’ipotesi di un intervento diretto dello Stato. Il Governo non dispone di alcun potere per commissariare la FIGC per decreto. L'autonomia dell'ordinamento sportivo è riconosciuta dalla stessa legge italiana — art. 1 della L. 280/2003 — oltre che dagli statuti FIFA e UEFA: un doppio vincolo che rende qualsiasi ingerenza politica diretta illegittima su entrambi i fronti, interno e internazionale. Se il Parlamento decidesse di forzare la mano — varando provvedimenti per modificare d’imperio gli statuti federali o riscrivere i pesi elettorali interni, come si è tentato con alcune proposte di emendamento al Decreto Sport — si scontrerebbe contro un vincolo internazionale che non ammette deroghe. Gli statuti della FIFA e della UEFA sanciscono il principio dell’autonomia e dell’indipendenza delle federazioni nazionali da qualsiasi ingerenza politica.
Le conseguenze pratiche sarebbero catastrofiche con penalizzazioni ed esclusioni potenzialmente sia nei riguardi della Nazionale che dei club; tutto ciò causerebbe danni economici che si misurano in centinaia di milioni. Lo Stato, insomma, ha le mani legate dal diritto internazionale sportivo: può esercitare pressione politica, può legiferare su materie civilistiche e lavoristiche che incidono indirettamente sul sistema, ma non può sostituirsi alla politica federale senza far crollare l’intero edificio. Chi invoca il commissariamento governativo come soluzione non ha letto gli statuti FIFA. O ha scelto di non farlo.
Conclusioni
Il calcio italiano non è morto. Ha ancora strutture, talenti e club capaci di formarli. Quello che non ha è un sistema normativo e politico all’altezza delle sfide contemporanee. E un sistema non si costruisce con un commissario tecnico più bravo o con un modulo più furbo: si costruisce con norme efficaci, risorse mirate e una visione a lungo termine che non si scontri contro il muro del diritto.
La terza esclusione dal Mondiale deve essere il momento in cui smette di prevalere la logica dell’emergenza e comincia quella della struttura. Il rischio, altrimenti, è che tra dieci anni ci ritroveremo a scrivere lo stesso articolo.
Con numeri diversi, ma con lo stesso sconforto.
Oggi il Sistema di Licenze Nazionali 2025/26 prevede semplicemente, alla lettera t), un semplice “impegno a depositare, entro il termine dell’1 ottobre 2025, il programma di formazione del settore giovanile, debitamente compilato e sottoscritto dal legale rappresentante e che contempli almeno i seguenti aspetti:
-obiettivi del settore giovanile;
-organizzazione del settore giovanile (organigramma);
-personale coinvolto (tecnici, medici, personale amministrativo, ecc...);
-infrastrutture a disposizione del settore giovanile (impianti per l’allenamento e gli incontri, ecc...);
-risorse finanziarie investite;
-programmi di formazione sportiva per categoria di calciatori;
-iniziative educative (sui temi dell’integrità e della lotta alla corruzione nel calcio, con particolare riferimento
alle scommesse sportive, rivolto ai calciatori, allenatori e dirigenti del proprio settore giovanile)”.
Il termine tampering — mutuato dal gergo del basket nordamericano, dove indica il contatto illecito con un giocatore ancora sotto contratto con un altro club — designa nel calcio internazionale l'attività di avvicinamento che un club conduce nei confronti di un calciatore, o della sua famiglia, prima che il trasferimento sia formalmente consentito dalle norme vigenti. Non è una violazione sempre facile da provare: si consuma per lo più attraverso contatti informali, incontri privati, promesse non documentate. La FIFA può sanzionarlo, ma l'onere della prova ricade sul club che lo denuncia. Dimostrare che una cena tra un dirigente tedesco e una famiglia ucraina a Milano aveva finalità di reclutamento, e non di semplice cortesia, è un esercizio giuridico tutt'altro che scontato.




Concordo pienamente. Ti chiedo se nel nostro Calcio esistono dei parametri, come nel Basket, dove le Società sportive ricevono compensi dalla Federazione per la formazione degli atleti, in funzione della categoria nella quale giocano. Se non esistesse, anche questa potrebbe essere un’azione utile ad incentivare i vivai. Grazie 🙏🏻